“MACCHINA PER SCRITTURA - Autós ópsis del ricordo”[1], 2025
Installazione, misure variabili - video/performance 23'13''
Cardatore per lana, lana grezza, ferro, legno, cuscini, coprimaterasso, cera, video.
Cardatore per lana, lana grezza, ferro, legno, cuscini, coprimaterasso, cera, video.
Foto e video di Maria Cristina Galli e Sara Besia
I luoghi intimi dove si “scrive” la memoria delle cose corrispondono a una dimensione della permanenza che è anche irrimediabile distanza; ci ritroviamo in essi come sulla soglia di una possibile salvezza, in vista di una riva segreta ma coscienti dell'impossibilità di raggiungerla.
Nel dimorare in questi spazi intermedi il movimento che compie ogni nostro gesto e ogni nostro pensiero è di perpetua andata e ritorno, nell'inseguimento di un ritardo da colmare nel profondo e nella percezione temporale dell'accadere degli eventi.
Un ritmo continuo, monotono, scandito e rotto solamente dalla consistenza della lana, dai suoi nodi, dai suoi incidenti, che possiede i caratteri del “mestiere” dell'apprendere, del conoscere e ri-conoscere, che è anche ricordare. Quando si conosce, si scopre. E ogni scoperta rivela qualcosa che non so, dice qualcosa che non è ancora stato detto, con parole inedite; e quindi la inventa.
In latino inventare e trovare sono sinonimi [2].
L'opera incontra l'altro da sé nella memoria di un gesto che è codice di lettura ma è anche erotico, ripetitivo, richiama la generazione, la coppia, lo scambio dei corpi che è stato; e ancora è esperienza di ritorno, necessità di evocazione, momento estetico, e cioè sensibile. Disfare i segni del corpo, aprirne i segreti, esplorare il mistero di un tempo passato che è anche vita vissuta significa anche desiderare di nuovo, creare e agire il reale, dipanare la matassa di quanto è più nascosto nel profondo, significa decifrare qualcosa che si è scordato. E il desiderio tutto vuole, anche liberare la piena e feroce espressione di una macchina che incide, scava, ridisegna ciò che perde ogni sua forma e ridefinisce la misura del tempo.
Quindi l'opera non vuole mostrare qualcosa di nuovo; ma nel momento di sospensione del vedere, nella sua potenziale “scrittura” della memoria, scopre, e dunque inventa e perciò ricorda; perché ignorare significa aver dimenticato.
[1] Vedere sé stesso, da : autopsìa s. f. [dal gr. αὐτοψία «il vedere con i proprî occhi», comp. di αὐτός «stesso» e ὄψις «vista»; con il sign. di «visione e conoscenza diretta dei fatti» come fonte d’informazione storica, il termine fu usato dallo storico greco Erodoto]. 2. In filologia, esame e lettura di un manoscritto compiuti direttamente sull’originale. Enciclopedia Treccani, voce Vocabolario.
[2] Lat. *inventare, intens. di invenire «trovare», part. pass. inventus] (io invènto, ecc.). – 1. Trovare, con l’immaginazione o l’ingegno, e per lo più attraverso studî, esperimenti, calcoli, ecc., qualche cosa che prima non esisteva. Enciclopedia Treccani, voce Vocabolario.
L'opera è esposta presso il Complesso di Santa Maria di Castello di Genova, a cura di Olga Bachschmidt, all'interno di SEGRETE Tracce di Memoria 2026, rassegna ideata e curata da Virginia Monteverde.
Nel dimorare in questi spazi intermedi il movimento che compie ogni nostro gesto e ogni nostro pensiero è di perpetua andata e ritorno, nell'inseguimento di un ritardo da colmare nel profondo e nella percezione temporale dell'accadere degli eventi.
Un ritmo continuo, monotono, scandito e rotto solamente dalla consistenza della lana, dai suoi nodi, dai suoi incidenti, che possiede i caratteri del “mestiere” dell'apprendere, del conoscere e ri-conoscere, che è anche ricordare. Quando si conosce, si scopre. E ogni scoperta rivela qualcosa che non so, dice qualcosa che non è ancora stato detto, con parole inedite; e quindi la inventa.
In latino inventare e trovare sono sinonimi [2].
L'opera incontra l'altro da sé nella memoria di un gesto che è codice di lettura ma è anche erotico, ripetitivo, richiama la generazione, la coppia, lo scambio dei corpi che è stato; e ancora è esperienza di ritorno, necessità di evocazione, momento estetico, e cioè sensibile. Disfare i segni del corpo, aprirne i segreti, esplorare il mistero di un tempo passato che è anche vita vissuta significa anche desiderare di nuovo, creare e agire il reale, dipanare la matassa di quanto è più nascosto nel profondo, significa decifrare qualcosa che si è scordato. E il desiderio tutto vuole, anche liberare la piena e feroce espressione di una macchina che incide, scava, ridisegna ciò che perde ogni sua forma e ridefinisce la misura del tempo.
Quindi l'opera non vuole mostrare qualcosa di nuovo; ma nel momento di sospensione del vedere, nella sua potenziale “scrittura” della memoria, scopre, e dunque inventa e perciò ricorda; perché ignorare significa aver dimenticato.
[1] Vedere sé stesso, da : autopsìa s. f. [dal gr. αὐτοψία «il vedere con i proprî occhi», comp. di αὐτός «stesso» e ὄψις «vista»; con il sign. di «visione e conoscenza diretta dei fatti» come fonte d’informazione storica, il termine fu usato dallo storico greco Erodoto]. 2. In filologia, esame e lettura di un manoscritto compiuti direttamente sull’originale. Enciclopedia Treccani, voce Vocabolario.
[2] Lat. *inventare, intens. di invenire «trovare», part. pass. inventus] (io invènto, ecc.). – 1. Trovare, con l’immaginazione o l’ingegno, e per lo più attraverso studî, esperimenti, calcoli, ecc., qualche cosa che prima non esisteva. Enciclopedia Treccani, voce Vocabolario.
L'opera è esposta presso il Complesso di Santa Maria di Castello di Genova, a cura di Olga Bachschmidt, all'interno di SEGRETE Tracce di Memoria 2026, rassegna ideata e curata da Virginia Monteverde.














